Due Stagioni, diciotto episodi e il basket al centro di un racconto che parla di talento, pressione, famiglia e privilegi

Swagger parla di basket, ma il punto non è mai soltanto chi segna, chi vince o chi arriverà in NBA. Il punto è cosa succede quando hai quattordici, quindici, sedici anni, sei molto bravo in qualcosa e improvvisamente intorno al tuo talento cominciano a girare soldi, aspettative, genitori, allenatori, scuole e persone convinte di sapere esattamente quale debba essere il tuo futuro.

Creata da Reggie Rock Bythewood e ispirata alle esperienze giovanili di Kevin Durant, che figura anche tra i produttori esecutivi, Swagger è arrivata su Apple TV+ nel 2021 e si è conclusa dopo due stagioni. E sì, sulla carta potrebbe sembrare la classica storia sportiva del giovane fenomeno destinato a diventare qualcuno. Per fortuna ci mette poco a liberarsi di quella roba lì.

Jace Carson, interpretato da Isaiah Hill, è uno dei migliori giovani giocatori della sua generazione. Lo sa lui, lo sa sua madre Jenna (una gran rompipalle, diciamolo) e lo sanno soprattutto tutti quelli che cominciano a interessarsi al suo futuro. Jace vuole arrivare in NBA e sua madre è determinata a dargli ogni possibilità per riuscirci. Poi arriva Ike Edwards, interpretato da O’Shea Jackson Jr., ex promessa del basket e allenatore con un rapporto decisamente complicato con il proprio passato.

Il rapporto tra Jace e Ike è una delle cose migliori della serie proprio perché Swagger evita di trasformare Ike nel santone motivazionale che insegna al ragazzo arrogante il significato della vita attraverso tre metafore sul basket. Evviva.

Ike sbaglia. Jace sbaglia. Si sfidano, si deludono, si giudicano male e devono continuamente decidere quanto fidarsi l’uno dell’altro. Il loro rapporto cambia insieme a loro e diventa il centro emotivo della storia, episodio dopo episodio.

Perché attorno a Jace tutti parlano del suo talento, ma quasi nessuno può permettersi di considerarlo semplicemente un ragazzo.

Ed è qui che Swagger ti prende.

Jace è un adolescente e contemporaneamente un potenziale investimento. Ogni scelta può avvicinarlo o allontanarlo dal futuro che desidera. Una partita può cambiare la percezione che gli altri hanno di lui. Una scuola può offrirgli opportunità che un’altra non può dargli. Le persone che gli stanno intorno possono aiutarlo, proteggerlo, condizionarlo oppure sfruttarlo. Spesso le quattro cose finiscono per assomigliarsi parecchio.

Il basket giovanile diventa così il modo attraverso cui la serie racconta qualcosa di molto più grande: chi ha accesso alle opportunità, chi può permettersi di aspettare, chi deve essere perfetto per ottenere quello che ad altri viene concesso molto più facilmente.

E soprattutto chi decide quanto vale un ragazzo.

Swagger parla apertamente di disuguaglianze economiche e razziali, di privilegio, di reputazione e del peso che le istituzioni possono avere sulla vita dei giovani atleti. La seconda stagione spinge ancora più avanti questo discorso quando Jace e alcuni dei suoi compagni entrano nel mondo della prestigiosa Cedar Cove Prep. Il livello sportivo sale, ma insieme a quello aumenta anche tutto ciò che avviene fuori dal campo: interessi, rapporti di potere, famiglie influenti e adulti che possono modificare il futuro di un ragazzo senza dover indossare neppure un paio di scarpe da basket.

La cosa che apprezzo di più è che Swagger non trasforma Jace nel ragazzo prodigio da ammirare a distanza.

A volte è arrogante. A volte è insopportabile. Prende decisioni stupide, si sente invincibile, reagisce male (a volte vorresti dirgli “dai, su, basta con quel broncio”), vuole essere il migliore e contemporaneamente ha bisogno degli altri molto più di quanto sia disposto ad ammettere. Insomma, è un adolescente. Solo che ogni suo errore viene commesso sotto una lente d’ingrandimento.

E intorno a lui la serie costruisce progressivamente un racconto corale. Crystal, interpretata da Quvenzhané Wallis, è fondamentale anche perché permette di osservare quello stesso ambiente da una prospettiva diversa: essere una giovane atleta significa affrontare pressioni che Jace non conosce e dinamiche che il talento, da solo, non può risolvere. Anche Musa, Phil, Nick e Drew acquistano progressivamente spazio e identità, evitando che la squadra esista soltanto per accompagnare il protagonista verso il suo destino.

Poi c’è il basket.

Ed è girato bene sul serio.

Le partite hanno fisicità, velocità, confusione. La macchina da presa entra nel gioco, segue i corpi e riesce a restituire la sensazione che quello che sta succedendo sul parquet abbia davvero un peso. Sembra una banalità, finché non si pensa alla quantità di film e serie sportive in cui atleti teoricamente eccezionali si muovono come colleghi dell’amministrazione durante il torneo aziendale.

Ma alcuni dei momenti migliori di Swagger arrivano quando la partita è finita.

Negli spogliatoi. In macchina. A casa. Nelle discussioni tra genitori e figli. Nelle decisioni prese dagli adulti mentre i ragazzi devono convivere con le conseguenze.

È lì che si capisce davvero cosa interessa alla serie.

Il sogno della NBA esiste, ed è enorme. Swagger però ha l’intelligenza di chiedersi cosa ci sia intorno a quel sogno. Quanto costa inseguirlo. Quante persone possano guadagnare qualcosa dal talento di un adolescente. Quanto sia difficile capire chi ti sta aiutando e chi abbia semplicemente bisogno che tu continui a vincere.

La serie qualche difetto ce l’ha. A volte vuole affrontare talmente tante questioni da rischiare di sovraccaricare il racconto e alcuni dialoghi sottolineano concetti che avevamo già capito benissimo da soli. In certi momenti senti arrivare la scena importante qualche secondo prima che inizi, con tanto di metaforico cartello luminoso.

Eppure Swagger riesce quasi sempre a evitare il problema peggiore delle storie sportive: trasformare tutto in una gigantesca lezione motivazionale.

Qui vincere conta.

Perdere conta.

Essere scelti conta.

Ma conta soprattutto capire cosa succede a questi ragazzi mentre tutti stanno decidendo quanto potrebbero valere da adulti.

La cancellazione dopo due stagioni lascia inevitabilmente un po’ di amaro in bocca, perché il racconto aveva ancora spazio per crescere insieme ai suoi protagonisti. Fortunatamente quello che rimane non dà la sensazione di una storia abbandonata a metà e le due stagioni valgono comunque il recupero.

Anche se del basket non vi interessa assolutamente niente.

Anzi, forse soprattutto in quel caso.

Perché Swagger usa lo sport per parlare di ambizione, identità, famiglia, privilegio e del momento complicatissimo in cui qualcuno comincia a chiederti cosa vuoi diventare mentre tu stai ancora cercando di capire chi sei.

E in mezzo a tutto questo dovresti pure mettere dentro il tiro decisivo.

di SerialFu

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