Giu 22, 2026

SerialFu

Questo mese per la recensione esclusiva ho scelto una serie leggera.
Lo so, sembra quasi sospetto. Di solito qui si parla di traumi familiari, identità spezzate, gente che fissa il vuoto e sceneggiature che ti fanno fissare il vuoto per ore.
Invece stavolta parliamo di Running Point, comedy Netflix con Kate Hudson che mi ha divertita davvero. E già questo, nel panorama attuale, è un piccolo evento da segnalare alla protezione civile.

La serie parte da una premessa molto semplice: Isla Gordon si ritrova alla guida dei Los Angeles Waves, squadra professionistica di basket appartenente alla sua famiglia, dopo che il fratello è costretto a farsi da parte. Intorno a lei ci sono uomini convinti di sapere tutto, parenti ingombranti, interessi economici, reputazioni da proteggere e riunioni in cui tutti sembrano avere un’opinione. Praticamente l’inferno, ma con più soldi e meno sedie pieghevoli.

Il bello di Running Point è che non prova a venderti Isla come la donna perfetta arrivata a sistemare un mondo pieno di idioti. Sarebbe facile. E anche un po’ da poster motivazionale appeso in un coworking con le piante finte. Isla è brillante, competitiva, impulsiva, a volte insicura, a volte vanitosa, spesso più preparata di chi la sottovaluta. Però sbaglia. Si innervosisce. Si impunta. Cerca di dimostrare qualcosa anche quando dovrebbe solo respirare e lasciare che gli altri facciano figure di merda da soli.

Kate Hudsonè adorabile perché ha un tempo comico naturale. Non forza la battuta. Non sembra mai dire “guardate quanto sono simpatica”, che è il modo più rapido per non esserlo. Isla resta credibile anche nelle situazioni più assurde, e la serie la circonda con una famiglia che è insieme privilegio, zavorra e sport estremo. Una di quelle famiglie dove ogni conversazione potrebbe diventare una crisi aziendale o una diagnosi non richiesta.

La seconda stagione conferma quello che mi aveva già convinta: Running Point sa essere leggera senza diventare vuota. Non reinventa la comedy. Non arriva con l’aria di chi vuole cambiare la storia della serialità. Non ti prende per mano per spiegarti il capitalismo, il patriarcato e il senso della vita tra una battuta e l’altra. Fa una cosa molto più rara: conosce il proprio tono.

Il basket resta sullo sfondo, ma funziona benissimo come arena narrativa. È un mondo competitivo, maschile, pieno di ego, soldi, immagine pubblica e decisioni prese da persone convinte che alzare la voce equivalga a essere autorevoli. Isla deve comandare dentro questo ambiente, e deve farlo sapendo che ogni suo errore verrà usato come prova generale contro di lei. Perché quando una donna sbaglia, è incompetente. Quando sbaglia un uomo, stava “gestendo la pressione”. Meraviglioso, vorrei lanciare una sedia.

La serie diverte proprio perché non trasforma questa dinamica in predica. La usa per costruire conflitto, ritmo e personaggi. Isla non deve solo fare bene il suo lavoro. Deve farsi prendere sul serio da persone che hanno ereditato sicurezza come altri ereditano le posate buone. E questa cosa, sotto la superficie da comedy sportiva, dà alla serie un piccolo nucleo molto concreto.

Poi certo, Running Point non è perfetta. Alcune dinamiche sono prevedibili. Alcuni passaggi seguono strade già viste. Ogni tanto senti la struttura della comedy americana che si muove sotto la storia come il telaio di un divano letto. Però il cast funziona, i dialoghi hanno ritmo e la serie non si vergogna di voler intrattenere. Che sembra poco, ma in un’epoca in cui molte serie sembrano progettate per essere “contenuto” e non per essere viste, è quasi commovente. O irritante. Dipende.

La cosa che ho apprezzato di più è che Running Point non confonde la leggerezza con la superficialità. È una comedy, sì. Vuole farti ridere, sì. Però dentro ci mette famiglia, potere, reputazione, controllo e quel bisogno tremendo di dimostrare di meritare uno spazio che altri occupano senza mai essere interrogati. Solo che lo fa senza mettersi il mantello della serie importante. E grazie al cielo, perché abbiamo già abbastanza gente che si prende sul serio.

Alla fine Running Point mi ha lasciato una sensazione di benessere.

Non è la serie della vita. Non vi cambierà il modo di guardare il mondo. Non vi farà chiamare il terapeuta, almeno spero.
Però funziona. Ha ritmo, ha cast, ha battute, ha una protagonista che regge la scena e ha quella qualità sempre più rara: sa cosa vuole essere.

E ogni tanto una serie che fa bene il proprio lavoro senza volerci spiegare l’universo è una benedizione. Piccola, laica, con Kate Hudson e un sacco di uomini convinti di essere più furbi di quanto siano.

di SerialFu

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