Anno: 1990

Creatori: David Lynch, Mark Frost

Piattaforma originale: Abc (originale)/ Showtime (The Return)

Stagioni: 3

Episodi: 48

Stato: conclusa

Prima che la televisione diventasse ambigua, stratificata e ossessiva come la conosciamo oggi, esisteva un’idea molto chiara di cosa dovesse essere una serie TV: intrattenimento lineare, rassicurante, facilmente decodificabile.
Poi è arrivata Twin Peaks.
E da lì, la serialità non è stata più la stessa.

Quando David Lynch porta Twin Peaks in televisione nel 1990, non sta semplicemente raccontando una storia. Sta facendo qualcosa di molto più radicale: porta il suo realismo onirico, disturbante e antinarrativo dentro milioni di case.

Se al cinema Lynch aveva già scardinato le regole, con Twin Peaks lo fa nel luogo più conservatore possibile: la TV generalista.

All’epoca, la televisione era dominata da sitcom leggere e polizieschi con trame estremamente lineari. Lynch e Mark Frost arrivano con una storia stratificata, piena di simbolismi, continui richiami al sogno e all’inconscio.
Una cosa semplicemente mai vista prima in televisione.

Twin Peaks trasforma il linguaggio televisivo in qualcosa di più autoriale, più vicino al cinema d’essai che all’intrattenimento serale a cui il pubblico era abituato.
Chi conosce Lynch sa che il suo cinema è fatto di sogni distorti, realtà che si sfaldano, logiche emotive che prevalgono su quelle narrative.
Tutto questo lo trasferisce in TV.

Dialoghi dissonanti.
Inquadrature fisse su elementi disturbanti.
Scene che sembrano seguire un’emozione più che una trama.

Tutte caratteristiche che oggi diamo per scontate, ma che nel 1990 erano una rivoluzione.

Senza Twin Peaks non avremmo avuto serie come Lost, Dark, True Detective, Fringe e molte altre.
Lynch e Frost dimostrano che la televisione può essere ambigua, sperimentale, cerebrale.
E soprattutto dimostrano che il pubblico è disposto a non capire tutto, purché l’esperienza sia potente.

Twin Peaks è anche la prima serie a creare una vera e propria mitologia: teorie, simbolismi, dettagli nascosti, una community ossessionata da ogni minimo particolare.
Non si tratta solo di risolvere un mistero.
È un’esperienza.

La serie è composta da due stagioni, andate in onda tra il 1990 e il 1991, e da una terza stagione distribuita nel 2017.
Nel 1991, però, la serie viene cancellata.

Perché?

Bob Iger, allora dirigente della rete che distribuiva la serie, era spaventato da Twin Peaks.
Troppi finali aperti.
Troppe domande senza risposta.
Troppa distanza dalle aspettative di un pubblico abituato a trame lineari e risoluzioni chiare.

Dopo due stagioni, ancora non si sapeva chi fosse l’assassino di Laura Palmer.
La rete costringe Lynch a rivelarlo a metà della seconda stagione.
Quello che oggi chiameremmo uno spoiler imposto.

Lynch, notoriamente poco incline ai compromessi, abbandona progressivamente la serie.
Twin Peaks finisce con uno dei cliffhanger più disturbanti della storia della televisione.

Eppure, la cancellazione non impedisce alla serie di diventare un fenomeno globale.

Venticinque anni dopo, come nella celebre scena della Red Room in cui Laura Palmer dice a Dale Cooper “ci rivedremo tra 25 anni”, arriva la terza stagione.
Esattamente venticinque anni dopo.

Coincidenza?

Mark Frost ha raccontato più volte che l’idea di una terza stagione esisteva da tempo, ma che Lynch inizialmente non ne voleva sapere.
Poi, conoscendo il personaggio, è successo l’inevitabile: Lynch non ha resistito.

La terza stagione nasce così, come un ritorno radicale, ostile, completamente antinarrativo.
E sì, lo dico senza giri di parole:
la terza stagione fa paura (almeno a me).

È l’antinarrrazione per eccellenza.
Smuove paure inconsce che nemmeno le stagioni precedenti avevano osato toccare.
Non è nostalgia, non è fan service.
È un’esperienza destabilizzante.

Se oggi possiamo parlare di serialità adulta, complessa, stratificata, dobbiamo ringraziare David Lynch e Mark Frost.
Perché Twin Peaks non ha solo cambiato le serie TV.
Ha cambiato il modo in cui le guardiamo.

di SerialFu

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