Prima o poi capita con quasi tutte le serie lente. Finisce l’episodio, partono i titoli di coda e qualcuno pronuncia la sentenza: «Non è successo niente».

Magari per cinquanta minuti abbiamo visto persone parlare, aspettare, guidare, lavorare, mangiare. Nessuna morte improvvisa, nessuna rivelazione piazzata tre secondi prima dei titoli di coda, nessun cliffhanger costruito per costringerci ad avviare immediatamente l’episodio successivo.

Eppure siamo rimasti lì a guardare.

Il motivo è abbastanza semplice: la quantità di eventi raccontati e il ritmo narrativo sono due cose diverse.

Una serie può far esplodere tre automobili, uccidere un personaggio e rivelare l’identità dell’assassino nello stesso episodio risultando comunque piatta. Un’altra può tenere due persone sedute a un tavolo per dieci minuti e creare una tensione insopportabile.

La differenza sta in quello che succede sotto la trama.

Prendiamo una scena semplicissima: due personaggi stanno cenando.

La trama, raccontata così, è inesistente. Due persone mangiano.

Poi aggiungiamo un’informazione: uno dei due sa che l’altro gli sta mentendo e vuole costringerlo ad ammetterlo. L’altro vuole arrivare alla fine della cena senza essere scoperto.

Il pollo nel piatto rimane lo stesso. La scena è completamente cambiata.

Ogni volta che un personaggio vuole ottenere qualcosa e qualcuno o qualcosa glielo impedisce nasce un conflitto. E il conflitto può essere minuscolo.

Convincere qualcuno.

Evitare una domanda.

Nascondere una paura.

Essere accettati.

Mantenere il controllo di una conversazione.

Farsi perdonare senza avere il coraggio di chiedere scusa.

È uno dei motivi per cui Better Call Saul riesce a costruire scene lunghissime nelle quali, guardando soltanto gli eventi, accade pochissimo.

Jimmy e Kim possono parlare di lavoro, bere qualcosa o condividere una sigaretta. Intanto stanno misurando continuamente la distanza tra loro. Chi sa cosa. Chi sta nascondendo qualcosa. Chi sta trascinando l’altro oltre un limite. Chi ha capito perfettamente cosa sta succedendo e preferisce fingere il contrario.

La scena avanza perché cambia il loro rapporto.

Qui entra in gioco il sottotesto, parola che sembra fatta apposta per terrorizzare chiunque non abbia frequentato un corso di sceneggiatura e che in realtà descrive una cosa semplicissima.

Un personaggio dice una cosa e ne sta comunicando un’altra.

Mad Men vive di questo meccanismo.

Don Draper trascorre una quantità considerevole della propria esistenza televisiva seduto in uffici, ristoranti e salotti a parlare con qualcuno. Quelle conversazioni raramente riguardano soltanto l’argomento dichiarato.

Una discussione professionale può diventare una lotta per il potere. Un commento apparentemente innocuo può essere un’umiliazione. Una frase educata può chiudere definitivamente un rapporto.

Lo spettatore lavora mentre guarda. Interpreta una pausa, uno sguardo, una risposta arrivata mezzo secondo troppo tardi.

Ed è proprio quel lavoro a tenerlo dentro la scena.

L’attesa è già racconto

Poi esiste una delle armi più bastarde della serialità: farci sapere che qualcosa sta per succedere e costringerci ad aspettare.

La tensione vive nello spazio tra ciò che sappiamo e il momento in cui accadrà.

Se una serie ci ha convinti che dietro una porta c’è qualcuno, può impiegare parecchio tempo prima di aprirla. Ogni secondo acquista significato perché stiamo aspettando quella maniglia.

Lo stesso principio funziona con i personaggi.

Sappiamo che una bugia verrà scoperta.

Sappiamo che una relazione sta cedendo.

Sappiamo che qualcuno sta prendendo una decisione terribile.

A quel punto anche una conversazione apparentemente tranquilla cambia consistenza. Aspettiamo il momento in cui qualcosa cederà.

E gli sceneggiatori, creature evidentemente prive di qualsiasi pietà, possono continuare a rimandarlo.

I microconflitti tengono vivo un episodio

The Bear offre parecchi esempi interessanti perché gran parte della tensione nasce dai rapporti quotidiani tra i personaggi.

Chi prende una decisione.

Chi viene ascoltato.

Chi si sente escluso.

Chi considera un cambiamento necessario e chi lo vive come una minaccia.

Sono piccoli spostamenti continui.

Pensiamo a una discussione in cucina. All’inizio della scena un personaggio possiede il controllo. Qualche minuto dopo lo ha perso. Nessuno è morto, nessuno ha scoperto un complotto internazionale, eppure la situazione è diversa.

Quello spostamento è l’azione.

Per questo raccontare un episodio attraverso il semplice elenco degli avvenimenti può essere fuorviante. Una parte enorme della serialità contemporanea lavora sulla trasformazione delle relazioni più che sulla successione degli eventi.

E quindi qualsiasi serie lenta è profonda?

Qui arriva il problema.

Negli ultimi anni slow burn è diventata una specie di formula magica. Una serie procede con la velocità di una pratica catastale e qualcuno arriva puntualmente a spiegare che bisogna avere pazienza perché «è uno slow burn».

La lentezza è una scelta narrativa. E come qualsiasi scelta narrativa deve produrre qualcosa.

Tensione.

Informazioni.

Atmosfera.

Trasformazione.

Conflitto.

Aspettativa.

Una scena può durare dodici minuti e giustificare ogni secondo. Un’altra può durarne quattro e sembrare eterna.

Il tempo, da solo, non crea profondità.

C’è un modo abbastanza efficace per capire se in quell’episodio in cui «non è successo niente» sia davvero successo qualcosa.

Guardiamo dove si trovavano i personaggi all’inizio e dove si trovano alla fine.

Forse due persone erano alleate e adesso qualcosa si è incrinato.

Forse ci fidavamo di qualcuno e adesso abbiamo un dubbio.

Forse un personaggio desiderava una cosa e ha capito di volerne un’altra.

Forse una minaccia che sembrava lontana adesso ci appare molto più vicina.

Forse abbiamo scoperto un’informazione che cambia il significato di quello che avevamo visto fino a quel momento.

La trama può essersi spostata di un centimetro. La storia può aver percorso chilometri.

È questa la differenza che sentiamo quando un episodio lento funziona.

Better Call Saul, Mad Men, The Bear e molte altre serie possono permettersi di rallentare perché continuano a modificare qualcosa mentre lo fanno. Spostano rapporti di forza, accumulano tensione, cambiano il modo in cui guardiamo un personaggio.

La prossima volta che finite un episodio e pensate «non è successo niente», provate quindi a fare un piccolo esperimento.

Chiedetevi cosa è cambiato.

Se riuscite a rispondere, probabilmente è successo molto più di quanto sembrasse.

Se dopo cinquanta minuti la risposta è «assolutamente un cazzo», almeno abbiamo una diagnosi.

La serie era semplicemente lenta.

di SerialFu