Dalle maratone del weekend alle serie che duravano dieci stagioni: perché il nostro modo di guardare la TV è cambiato così tanto?

Le serie lunghe erano come una storia d’amore. C’era l’innamoramento dei primi episodi, la confidenza che cresceva stagione dopo stagione, le crisi in cui ti chiedevi se fosse arrivato il momento di lasciarle perdere e persino quella strana malinconia quando arrivava il finale. Non seguivi soltanto una trama. Condividevi un pezzo della tua vita con quei personaggi.

Io questa sensazione l’ho provata tante volte.

L’ho provata con Lost, quando una stagione finiva e iniziavano mesi di teorie, discussioni e attese. L’ho provata con Fringe, una serie che continuo a portarmi dentro perché Walter Bishop, Olivia Dunham e Peter Bishop, dopo cinque stagioni, hanno smesso di essere semplici personaggi. Sono diventati persone che, in qualche modo, hanno abitato la mia quotidianità. L’ho provata con Dexter, aspettando ogni nuova stagione come si aspetta il ritorno di qualcuno che conosci da anni. E potrei aggiungere The X-Files, ER, Dr. House, Supernatural o decine di altre serie che hanno accompagnato interi pezzi della mia vita.

Perché una serie lunga faceva una cosa che oggi succede sempre meno: ti accompagnava.

Entrava nella tua routine. Ti obbligava ad aspettare. Ti faceva discutere per una settimana di un finale, inventare teorie improbabili, arrabbiarti con gli sceneggiatori e perfino perdonare una stagione meno riuscita. Perché il rapporto costruito negli anni era più forte di qualche episodio sbagliato.

Oggi, invece, ci stiamo abituando a rapporti molto più brevi. Otto episodi, un weekend e poi subito un’altra serie. Più che relazioni, sono appuntamenti riusciti. Alcuni ti lasciano qualcosa, altri li dimentichi pochi giorni dopo, perché nel frattempo l’algoritmo ti ha già suggerito il prossimo titolo.

La domanda, allora, non è se le miniserie siano migliori delle serie lunghe.

La domanda è un’altra.

Perché oggi abbiamo così tanta fretta di arrivare alla fine?

L’ossessione di finire tutto

Provate a pensarci.

Quante volte, prima di iniziare una serie, avete sentito qualcuno chiedere: “Quante stagioni sono?”

È diventata quasi la prima informazione che vogliamo sapere. Più della trama, del cast o del genere.

Se la risposta è “otto stagioni”, molti rinunciano ancora prima di premere play.

È curioso, perché non facciamo lo stesso con un romanzo. Nessuno entra in libreria, prende in mano un libro e dice: “Sono settecento pagine? No grazie, aspetto che ne escano cento.”

Con le serie, invece, succede continuamente.

È come se avessimo iniziato a considerarle un investimento di tempo da ottimizzare, più che un’esperienza da vivere.

E questo dice molto più di noi che delle piattaforme.

Viviamo in un’epoca in cui tutto deve essere veloce. Rispondiamo ai messaggi mentre lavoriamo, ascoltiamo i podcast a velocità aumentata, guardiamo i video in doppia velocità, scorriamo centinaia di contenuti ogni giorno. Perfino il riposo è diventato qualcosa da rendere produttivo.

Era quasi inevitabile che anche il nostro modo di guardare le serie cambiasse.

Il binge watching ci ha insegnato a consumare

Quando Netflix ha iniziato a pubblicare un’intera stagione in un solo giorno, ci è sembrata una rivoluzione.

E lo era.

Per la prima volta non dovevamo più aspettare una settimana per conoscere il destino di un personaggio. Bastava un clic.

All’inizio sembrava una libertà.

Poi, lentamente, è diventata un’abitudine.

La settimana di attesa era parte dell’esperienza. Si parlava dell’episodio con gli amici, si cercavano indizi nascosti, si costruivano teorie spesso assurde. Internet viveva insieme alla serie.

Oggi, invece, il finale di un episodio dura pochi secondi. Il tempo di vedere comparire il conto alla rovescia che ci invita a passare subito al successivo.

Non c’è più spazio per elaborare quello che abbiamo visto.

Conta arrivare alla fine.

E appena arriviamo alla fine, il sistema ci chiede immediatamente: “E adesso cosa guardi?”

Il paradosso dell’abbondanza

Non abbiamo mai avuto così tante serie da vedere.

Eppure abbiamo sempre la sensazione di non avere niente da guardare.

È il paradosso dello streaming.

Ogni settimana arrivano nuovi titoli, nuove miniserie, nuovi “imperdibili”. Siamo convinti di scegliere liberamente, ma spesso stiamo semplicemente cercando di stare al passo con un catalogo che cresce più velocemente del nostro tempo libero.

Così iniziamo a valutare le serie come se fossero impegni di agenda.

“Otto episodi? Li faccio questo weekend.”

“Cinque stagioni? Le tengo per quando avrò tempo.”

Quel tempo, però, raramente arriva.

Anche il mercato è cambiato.

Una miniserie permette di lanciare continuamente novità, alimentare le conversazioni sui social e riportare gli utenti sulla home page alla ricerca del prossimo titolo.

Non è una cospirazione. È il funzionamento dello streaming.

L’obiettivo non è farti restare con una sola serie per dieci anni.

L’obiettivo è farti tornare continuamente a cercarne un’altra.

E così il catalogo diventa infinito.

Le storie, invece, sempre più brevi.

Io non mi innamoro delle trame

C’è una frase che mi ripeto spesso.

Io non mi innamoro delle trame. Mi innamoro dei personaggi.

Il mistero di Lost mi ha tenuta incollata allo schermo.

Ma quello che mi manca davvero, dopo tutti questi anni, non è sapere cosa ci fosse sull’isola. Mi manca rivedere Jack, Locke, Sawyer, Hurley, Desmond.

Lo stesso vale per Fringe.

Se domani annunciassero una nuova stagione, sarei felice prima ancora di sapere quale caso dovranno risolvere Olivia e Peter.

Vorrei rivedere Walter.

Sentire un’altra delle sue battute surreali.

Guardare Astrid alzare gli occhi al cielo.

Sono personaggi immaginari, certo.

Eppure il nostro cervello costruisce con loro qualcosa di molto simile a un legame. Gli psicologi parlano di relazioni parasociali: rapporti unilaterali che instauriamo con persone che non conosciamo davvero, siano esse attori, personaggi o figure pubbliche. Più tempo passiamo con loro, più ci sembrano familiari. Non li consideriamo amici nel senso reale del termine, ma il cervello li inserisce nella categoria delle presenze abituali. È uno dei motivi per cui un finale di serie può lasciarci un senso di vuoto sorprendentemente autentico.

Ed è qui che le serie lunghe avevano un vantaggio enorme.

Avevano tempo.

Tempo per farci conoscere quei personaggi, per mostrarceli nei momenti straordinari e in quelli banali, per farceli vedere sbagliare, crescere, cambiare.

Una miniserie può raccontare una storia perfetta.

Una serie lunga può farti sentire a casa.

Le miniserie sono il nemico allora?

No.

Sarebbe un errore pensarlo.

Ci sono miniserie che non avrebbero senso se durassero più di una stagione. Chernobyl, The Night Of, Unbelievable o Adolescence sono esempi di storie che hanno trovato la loro forma ideale proprio nella brevità.

Il problema nasce quando la durata non viene scelta perché serve alla storia, ma perché serve al mercato o perché il pubblico ha perso la pazienza.

Una storia dovrebbe durare esattamente quanto ha bisogno di durare.

Non un episodio in più.

Ma nemmeno uno in meno.

Forse il problema siamo noi.

Abbiamo imparato a consumare tutto rapidamente.

Le notizie.

I video.

Le relazioni.

Perfino il tempo libero.

E forse, senza accorgercene, abbiamo iniziato a chiedere la stessa velocità anche alle storie.

Io continuerò ad amare le serie lunghe.

Non perché siano automaticamente migliori.

Ma perché mi ricordano che alcune cose, per lasciare davvero un segno, hanno bisogno di tempo.

Esattamente come le persone.

E forse è questo il vero lusso che stiamo perdendo: concedere a una storia il tempo necessario per diventare parte della nostra vita.

Ora vado a finire il re-watch di Fringe. Alla prossima!

di SerialFu

Tempo di lettura: 5 minuti

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