Pubblicato su “La Nuova Ferrara” 30 Ottobre 2025

Su Disney+ è arrivata To Cook a Bear, una miniserie che in apparenza è un dramma storico, ma in realtà è un piccolo miracolo nordico. Adattamento del romanzo Koka björn di Mikael Niemi, fonde fede, scienza e paura in un racconto più umano che religioso.

Siamo nel villaggio di Kengis, dove arriva un nuovo Pastore, Lars Levi Laestadius, interpretato da Gustaf Skarsgård — sì, il Floki visionario di Vikings, che qui ha sostituito l’ascia con la Bibbia. La sua missione sembra semplice: riportare ordine spirituale in una comunità chiusa e superstiziosa. Ma il male, si sa, non si lascia benedire così facilmente.

Quando una giovane viene trovata morta in una palude, il villaggio si affretta a incolpare un orso. È più comodo pensare a un “mostro” nella foresta che accettare l’idea di un assassino tra gli uomini. Il pastore, invece, vede altro: osserva, annota, deduce. Indaga come un detective ante litteram, guidato da una curiosità scientifica che ha ormai preso il posto della fede. Laestadius, infatti, parla come chi non crede più ai miracoli ma ancora spera nella ragione.

Sotto la superficie del giallo però scorre molto altro. To Cook a Bear racconta un mondo che cerca un colpevole esterno — l’orso, il Sámi, il diverso — per non guardare dentro di sé. Parla di razzismo, di emarginazione, di potere che si nutre di superstizione. Laestadius è un uomo di fede che si affida alla ragione, un outsider che difende i più deboli e per questo diventa scomodo.

To Cook a Bear non ha il ritmo frenetico dei thriller americani, e non ne ha bisogno. La tensione nasce dal contrasto tra fede e verità, tra la paura degli uomini e la lucidità di chi non si lascia più ingannare dalle superstizioni.

La regia di Lauri Nurkse gioca con la luce e il silenzio: inquadrature statiche, toni spenti, dialoghi minimi. Il paesaggio è il vero protagonista. La neve, i boschi e il cielo grigio non fanno solo da sfondo, osservano: testimoni muti di una società che preferisce credere alle leggende piuttosto che affrontare la realtà. Le location reali tra Svezia e Finlandia amplificano il senso di isolamento e di gelo morale.

Alla fine resta la domanda più semplice e più scomoda di tutte: chi è stato? E se la risposta fosse “tutti”?

Una miniserie passata in sordina, ma destinata a diventare una delle scoperte più interessanti dell’anno. Sei episodi che si guardano tutti d’un fiato, anche se per scaldarsi dopo servirà qualcosa di più del plaid sul divano.

di SerialFu

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